Il 31 dicembre è un giorno strano. Non è davvero una fine e non è ancora un inizio. È una soglia. Un punto sospeso in cui il tempo sembra rallentare e, volenti o nolenti, ci ritroviamo a guardarci indietro. Per chi fa arte, o prova a farla, questo momento è ancora più delicato. Perché fare bilanci artistici non significa contare risultati, ma interrogarsi sul percorso. Su chi siamo diventati mentre cercavamo di esprimerci. Fare un bilancio artistico non è scrivere una lista di successi e fallimenti. Non è chiedersi “quante cose ho fatto” o “quanto sono andato avanti”. È una domanda più profonda, e spesso più scomoda: come ho attraversato quest’anno come artista? Con che energia, con che desiderio, con che paure? E soprattutto: cosa mi ha mosso davvero?
Molti evitano questo tipo di riflessione perché fa paura. Perché costringe a fermarsi. E fermarsi, in un mondo che corre, sembra quasi un errore. Ma l’arte non cresce nella corsa cieca. Cresce nei momenti di consapevolezza. E il 31 dicembre è uno di quei rari giorni in cui è legittimo concedersela. Il primo errore che si fa quando si tirano le somme è guardare solo all’esterno. Ai risultati visibili. Ai provini andati male, ai progetti non arrivati, alle opportunità mancate. È comprensibile, ma è anche ingannevole. Perché l’arte lavora per accumulo invisibile. Molto di ciò che impariamo in un anno non si manifesta subito. Sedimenta. Cambia il nostro sguardo, il nostro modo di stare in scena, di scrivere, di osservare. Un bilancio artistico onesto deve tenere conto anche di ciò che non si vede.
Chiediti, ad esempio: ho capito qualcosa in più di me come artista? Ho scoperto un limite? Un’ossessione? Una fragilità? Queste non sono sconfitte. Sono strumenti. Spesso l’anno più importante non è quello in cui succede qualcosa di clamoroso, ma quello in cui capisci perché certe cose non sono successe. O perché non erano ancora il momento giusto. Fare bilanci artistici significa anche riconoscere la fatica. Non quella eroica, da raccontare, ma quella silenziosa. Le ore di studio, i dubbi, i giorni in cui la motivazione sembrava sparita. L’arte non è solo ispirazione: è resistenza. E arrivare a fine anno ancora con il desiderio acceso, anche se più stanco, è già un risultato enorme. Un altro punto fondamentale è distinguere tra crescita e visibilità. Sono due cose diverse, e spesso non coincidono. Puoi crescere tantissimo senza che nessuno se ne accorga. Puoi essere visto senza essere davvero pronto. Il bilancio di fine anno serve proprio a rimettere al centro la crescita, quella vera. Quella che non dipende dagli sguardi degli altri, ma dal rapporto che hai con il tuo lavoro.
Fare un bilancio artistico significa anche guardare alle scelte. Hai detto dei no? Ti sei ascoltato? Hai inseguito cose che non ti appartenevano davvero, solo perché “sembravano giuste”? A fine anno è importante essere sinceri. Non per giudicarsi, ma per riconoscere i propri automatismi. L’arte soffre quando smettiamo di scegliere e iniziamo solo a reagire.
Ma soprattutto: mi sono divertito? Non sempre, non tutto il tempo. Ma almeno a tratti. Perché quando il piacere scompare del tutto, l’arte diventa solo prestazione. E la prestazione, alla lunga, svuota. Se ti accorgi che quest’anno hai perso il contatto con il piacere creativo, questo non è un fallimento: è un segnale. E i segnali servono per cambiare rotta. Il 31 dicembre è il giorno dell’ascolto. È il momento in cui puoi dire: “Questo è l’anno che ho attraversato. Con tutto quello che c’è stato.” Senza edulcorare, ma senza accanirti. L’arte non chiede perfezione. Chiede presenza.
Forse il regalo più grande che puoi farti, in questo ultimo giorno dell’anno, è smettere di chiederti se sei “abbastanza”. E iniziare a chiederti se sei ancora in cammino. Se la risposta è sì, allora sei esattamente dove dovresti essere.
Buon ultimo giorno dell’anno. E buon lavoro, sempre.






