CONSIGLI UTILI

Imparare anche ad aspettare sul set

Set 28, 2026

Quando immaginiamo una giornata di riprese, la nostra testa seleziona automaticamente le parti più interessanti. Qualcuno batte il ciak, il regista dà “Azione”, gli attori cominciano la scena, la macchina si muove. Si sbaglia, si ripete, si trova il ciak giusto e si passa all’inquadratura successiva. È un’immagine molto cinematografica del cinema. Manca però una parte enorme della giornata.

L’attesa.

Su un set si aspetta parecchio. Si aspetta che venga preparata una luce, che venga cambiato un obiettivo, che scenografia sistemi qualcosa, che trucco completi un intervento, che una strada torni silenziosa, che un problema tecnico venga risolto. Si aspetta prima di una prova e tra un ciak e l’altro. Qualche volta si aspettano pochi minuti. Altre volte la sensazione è che non stia succedendo assolutamente niente. Solo che quasi sempre qualcosa sta succedendo. Semplicemente non riguarda noi.

Un set è composto da reparti che lavorano con tempi differenti. L’attore può essere già pronto, ma il direttore della fotografia sta ancora costruendo l’immagine. Il reparto camera potrebbe aver terminato e aspettare scenografia. Il regista potrebbe voler iniziare una prova, ma il suono ha individuato un problema. Non esiste un unico orologio sul quale tutti fanno contemporaneamente la stessa cosa. Per chi arriva per la prima volta, questa dinamica può essere straniante. Si entra pieni di energia, convinti che una giornata di set significhi recitare continuamente, e magari la prima cosa che succede è un’attesa di quaranta minuti. Poi un’altra. E un’altra ancora.

Il rischio è spendere tutta la propria energia nel tentativo di rimanere pronti. Si ripassano ossessivamente le battute, si resta in uno stato di allerta continua, si domanda quanto manca. Quando finalmente arriva il momento di girare, una parte della concentrazione è già stata consumata. Aspettare bene significa quindi imparare a dosarsi. Non possiamo rimanere per ore nella stessa condizione emotiva della scena che dovremo interpretare. Se dobbiamo girare un momento drammatico, non ha senso tentare di conservare per tre ore un livello massimo di tensione. Il corpo si abitua, la mente si stanca e ciò che doveva essere vivo rischia di diventare una posizione da mantenere. Serve imparare a entrare e uscire. Avvicinarsi alla scena, poi lasciarla respirare. Tornare al testo quando serve. Capire quando possiamo distrarci e quando invece il set si sta preparando a chiamarci.

Il cinema non ci garantisce che il nostro momento migliore coincida con quello in cui la troupe è pronta a girare. La scena più importante della settimana potrebbe arrivare dopo ore di attesa, dopo pranzo oppure alle quattro del mattino. Potrebbe arrivare dopo cinque prove tecniche durante le quali abbiamo ripetuto gli stessi movimenti senza poter utilizzare pienamente l’interpretazione. Poi qualcuno dice “Azione”. E dobbiamo esserci. Questo riguarda naturalmente anche chi lavora dietro la macchina da presa. Un reparto può vivere momenti di grande attività e altri in cui deve aspettare che qualcuno completi il proprio lavoro. Chi ha esperienza tende però a utilizzare quel tempo in maniera differente. Controlla, prepara, anticipa. Sa quando intervenire e quando non serve farlo. Da fuori può sembrare che non stia facendo nulla. Ma stare su un set significa anche imparare a distinguere il riposo dall’assenza.

Un attore che non è richiesto in quel momento può naturalmente rilassarsi. Nessuno pretende che passi otto ore immobile e concentrato su una parete. L’attesa insegna anche a osservare. Se non siamo impegnati in quel momento, possiamo vedere molto del lavoro che normalmente rimane fuori dalla nostra attenzione. Il modo in cui viene modificata una luce tra due inquadrature, la precisione con cui vengono spostati elementi scenografici, le verifiche della segretaria di edizione, il lavoro del suono, i movimenti del reparto macchina. All’improvviso capiamo perché stiamo aspettando. La situazione opposta è abbastanza frequente: siamo fermi e quindi pensiamo che sia fermo il set. Cominciamo a parlare ad alta voce, fare domande, avvicinarci dove stanno lavorando i tecnici. Ma il fatto che il nostro reparto sia in pausa non significa che lo sia quello che si trova a due metri da noi. La professionalità passa anche dalla capacità di non occupare ogni vuoto. Una produzione accumula continuamente piccoli ritardi. Un problema di cinque minuti, un cambio più lungo del previsto, un rumore da aspettare, una prova da ripetere. Nessuno singolarmente sembra grave. Messi uno sopra l’altro, possono trasformare completamente la parte finale della giornata. L’impazienza non recupera quei minuti. Aggiunge soltanto tensione.

Per questo chiedere continuamente “quanto manca?” raramente produce qualcosa di utile. Se c’è un’informazione che dobbiamo conoscere, la produzione ce la darà. Se invece la domanda nasce solo dalla difficoltà di aspettare, bisogna imparare a gestirla. Aspettare sul set insegna una cosa che va oltre l’organizzazione. Ricorda continuamente che il film non ruota intorno al nostro momento. Anche quando siamo gli attori protagonisti, mentre attendiamo qualcuno sta lavorando affinché quella scena possa esistere. E quando abbiamo finito il nostro ciak, per altre persone il lavoro può essere appena cominciato. Il reparto fotografia modifica tutto per l’inquadratura successiva. Scenografia ripristina. Camera prepara. Costumi controlla. Produzione ricompone tempi e necessità. Il cinema è pieno di momenti che sullo schermo non vedremo mai. Ore intere che diventano pochi secondi. Quando finalmente parte il ciak, tutto questo sparisce. Rimane la scena. Ed è proprio per ottenere quella scena che bisogna imparare anche a non fare niente.

Ma farlo bene.

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