CONSIGLI UTILI

Recitare l’imbarazzo senza abbassare semplicemente gli occhi

Set 30, 2026

L’imbarazzo è una delle condizioni umane più facili da riconoscere e, proprio per questo, una delle più difficili da recitare bene. Tutti sappiamo più o meno che faccia ha una persona imbarazzata: distoglie lo sguardo, sorride nervosamente, si muove in maniera impacciata, magari balbetta un po’, non sa dove mettere le mani. Il problema nasce quando questa serie di comportamenti diventa una specie di prontuario dell’attore. Il personaggio è in imbarazzo? Benissimo: abbassiamo gli occhi, tocchiamoci il collo, sorridiamo appena e abbiamo risolto. Solo che non abbiamo risolto proprio niente. Abbiamo rappresentato l’idea dell’imbarazzo, non una persona che sta vivendo una situazione imbarazzante.

Il punto è che l’imbarazzo non è un comportamento preciso. È una condizione che nasce da uno scarto: tra quello che vorremmo mostrare e quello che temiamo sia stato visto, tra l’immagine che abbiamo di noi e quella che immaginiamo stiano avendo gli altri, tra ciò che vorremmo dire e quello che siamo appena riusciti a dire. È difficile essere imbarazzati completamente da soli, perché quasi sempre c’è un altro sguardo, reale o immaginato, che ci mette sotto pressione. Ed è proprio su quello sguardo che dovrebbe lavorare l’attore, molto più che sulla ricerca di una faccia “imbarazzata”.

Pensiamo a Benjamin Braddock ne Il laureato. Dustin Hoffman costruisce un personaggio che sembra vivere per buona parte del film dentro uno stato costante di disagio. Benjamin è giovane, spaesato, incapace di capire esattamente cosa dovrebbe fare della propria vita, continuamente circondato da adulti che sembrano sapere perfettamente cosa sia giusto per lui. Il suo imbarazzo non deriva semplicemente dal fatto che evita gli occhi degli altri. È nel corpo, nelle esitazioni, nel modo in cui sembra voler occupare meno spazio possibile proprio quando gli altri gli chiedono di diventare qualcosa. Quando Mrs. Robinson lo mette in situazioni che lui non sa gestire, la comicità nasce anche da questo: Benjamin non “fa l’imbarazzato”, cerca disperatamente di comportarsi come una persona che ha il controllo della situazione mentre è evidente che quel controllo gli sta sfuggendo di mano. Molto spesso, nella vita, quando siamo in imbarazzo non mostriamo volontariamente il disagio: proviamo a nasconderlo. Parliamo troppo. Ridiamo. Ci mostriamo improvvisamente molto sicuri.

Pensiamo anche a Joel Barish in Se mi lasci ti cancello. Jim Carrey interpreta un uomo introverso, spesso bloccato nelle interazioni sociali, lontanissimo dalla fisicità esplosiva con cui è stato identificato per anni. Joel ha tanti momenti in cui sembra non sapere cosa dire o come posizionarsi rispetto alle persone che ha davanti, eppure non c’è quasi mai la sensazione che Carrey stia cercando di “farci vedere” la timidezza. Joel pensa troppo, e vorrebbe essere più libero di quanto riesca a essere. Ed è proprio questa resistenza tra impulso e comportamento a renderlo credibile. L’imbarazzo nasce da ciò che il personaggio vorrebbe riuscire a fare e da ciò che, in quel momento, non riesce a permettersi.

Per un attore può essere utile spostare quindi completamente la domanda. Non chiedersi: “Come faccio a sembrare imbarazzato?”, ma: “Che cosa sto cercando di impedire all’altro di capire?”. Oppure: “Che cosa vorrei disperatamente che questa persona pensasse di me?”. Sono domande molto più concrete, perché generano azione. Se voglio che tu non capisca che mi piaci, il mio comportamento potrebbe diventare freddissimo. Se voglio nascondere che ho appena fatto una figuraccia, potrei cominciare a parlare velocemente nel tentativo di normalizzare tutto. Se mi sento fuori posto in un ambiente molto elegante, potrei diventare improvvisamente fin troppo educato, controllando ogni gesto. In nessuno di questi casi è necessario abbassare automaticamente gli occhi. Potrei addirittura guardarti più intensamente del solito proprio perché sto cercando di dimostrarti che sono perfettamente tranquillo. Il cinema vede molto. Un movimento minimo, un respiro leggermente trattenuto, una risposta arrivata mezzo secondo troppo tardi possono raccontare più di un’intera costruzione fisica. Se ogni volta che il personaggio prova vergogna l’attore abbassa lo sguardo, lo spettatore comincia a vedere il meccanismo. Non vede più una persona, vede un segnale. Come quando nei film meno riusciti qualcuno mente e improvvisamente comincia a comportarsi come il sospettato di un interrogatorio, anche se fino a mezzo minuto prima sembrava perfettamente normale.

Pensiamo a quanti personaggi cercano di recuperare una posizione di potere proprio quando sentono di averla persa. Rupert Pupkin in Re per una notte è un esempio estremo e particolarmente interessante. Robert De Niro interpreta un uomo continuamente esposto alla possibilità del ridicolo, ma Rupert sembra avere costruito un sistema intero per non percepirlo. Insiste, parla, immagina successi, interpreta segnali inesistenti e attraversa situazioni che per lo spettatore diventano dolorosamente imbarazzanti senza comportarsi necessariamente come una persona consapevole di esserlo. Qui l’imbarazzo appartiene anche al pubblico. Noi avvertiamo la distanza tra come Rupert percepisce se stesso e come lo vedono gli altri, ed è proprio quella distanza a creare disagio.

Ogni causa produce un imbarazzo diverso. Una dichiarazione amorosa può generare sospensione: abbiamo consegnato qualcosa all’altro e non possiamo più riprendercelo. Una figuraccia pubblica può produrre invece il desiderio immediato di cancellare ciò che è successo. Un complimento può creare difficoltà perché modifica improvvisamente il modo in cui ci sentiamo osservati. Essere colti in una bugia produce un imbarazzo ancora diverso, spesso mescolato alla paura. La parola è la stessa, ma il lavoro attoriale non può esserlo. Perché questo è forse il punto più importante: recitare un’emozione direttamente è quasi sempre più complicato che recitare ciò che facciamo a causa di quell’emozione. Il personaggio vuole uscire dalla stanza, cambiare discorso, recuperare dignità, convincere l’altro che non gli importa, ridere di sé prima che lo faccia qualcun altro.

È in queste azioni che possiamo trovare qualcosa di vero.

La prossima volta che in una sceneggiatura leggeremo che un personaggio è “visibilmente imbarazzato”, quindi, forse conviene resistere per qualche secondo alla prima soluzione che ci viene in mente. Non abbassiamo subito gli occhi. Non sorridiamo subito nervosamente. Non decidiamo già come deve apparire quella condizione. Chiediamoci piuttosto perché quel personaggio vorrebbe essere ovunque tranne che lì. E soprattutto cosa è disposto a fare pur di non farlo capire.

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