A volte le parole diventano quasi un ostacolo. Una sovrastruttura, un guscio. E allora ci si ferma, si mette da parte il testo, si spengono le battute e si fa un esercizio che, a prima vista, può sembrare assurdo: recitare un dialogo senza parlare. Solo respirando. Nessuna frase, nessun monologo, nessuna inflessione dialettale. Solo due attori, uno di fronte all’altro, immersi in uno scambio fatto di sospiri, attese, battiti rallentati o accelerati, pause che diventano dense di senso. Non è un esercizio per diventare “bravi”. Non serve a recitare meglio un copione. Serve a qualcosa di più profondo: sentire. Sentire l’altro, sentire lo spazio, sentire cosa succede dentro di sé quando si toglie la protezione delle parole. E sentire, per un attore, è tutto.
Funziona così: due attori scelgono una scena, o meglio, scelgono la situazione. Una lite. Una confessione. Un addio. Un momento di tensione, o di sospensione. Poi si tolgono le parole. E lasciano che tutto passi attraverso il respiro. All’inizio può sembrare strano. A volte ci si sente goffi, ridicoli. Perché siamo abituati a riempire. A parlare, spiegare, giustificare. A usare le parole come scudo, come strumento di controllo. Ma poi succede qualcosa. Il respiro comincia a cambiare davvero. Si fa più veloce se si crea tensione. Si blocca se arriva un’emozione forte. Si apre se c’è un senso di rilascio. Ed è lì che inizia la scena. Una scena senza parole, ma non per questo senza senso. Anzi. Spesso, in quei minuti di silenzio, si dice molto di più che in tre pagine di copione. Perché il corpo parla. Lo sguardo si fa più preciso. I piccoli gesti si caricano di significato. Il partner diventa centrale: ogni suo movimento ti cambia, ti influenza, ti sposta. E tu impari a reagire, a restare, a rispondere senza “dover dire”.
In secondo luogo, questo esercizio allena all’ascolto. E l’ascolto è uno dei pilastri della recitazione cinematografica. Questo tipo di lavoro ti fa capire quanto possiamo essere efficaci… con meno. Quanta energia sprechiamo a “fare di più”, a recitare sopra le emozioni, a cercare l’effetto. Quando in realtà, spesso, basta esserci. Basta vivere la situazione, lasciare che il corpo racconti, che la respirazione accompagni. In un primo piano, davanti a una camera, tutto arriva. Non serve urlare. Non serve riempire. Serve sentire. L’effetto collaterale, se così possiamo chiamarlo, è che questo tipo di esercizi cambia anche il modo in cui si guarda una scena. Si inizia a notare i silenzi. Le pause. I respiri trattenuti. E si scopre che lì, spesso, sta la parte più interessante. Le parole dicono. Ma i respiri… rivelano.
E allora questo esercizio, che può sembrare solo una “stranezza da laboratorio”, diventa un vero e proprio strumento di lavoro. Da usare anche a casa, anche da soli. Prendere una scena e togliere le parole. Provare a viverla solo attraverso il respiro, lo sguardo, il corpo. Senza suoni. Senza spiegazioni. E dopo, tornare alle parole. E scoprire che qualcosa è cambiato. Che ora quelle battute hanno un peso diverso. Perché sono collegate a qualcosa di vissuto.
Provare a recitare un dialogo solo respirando è un incontro. Con se stessi, con l’altro, con la scena. Un incontro che comincia da un gesto semplice, intimo, universale: inspirare, espirare.
Essere vivi.






