Scegli due oggetti di casa tua, e immagina che si parlino. Una conversazione vera. Non una gag da cartone animato, ma un dialogo intimo, poetico, sospeso tra ciò che siamo abituati a vedere e ciò che possiamo, per un attimo, credere possibile. È un esercizio che lavora sulla scrittura, sull’immaginazione visiva, sulla composizione dell’inquadratura… ma soprattutto sullo sguardo. Perché la vera materia creativa, in questo caso, non è l’oggetto. Sei tu che guardi quell’oggetto in modo diverso. Una tazzina, da sola, appoggiata sul bordo di un lavandino. E una spugna, dall’altra parte, dimenticata dopo aver pulito. Se li guardi con attenzione, qualcosa accade. La luce, il tempo, la distanza. È come se i due oggetti stessero lì ad aspettare un gesto, un contatto, una parola. L’arte del video poetico parte proprio da questo sguardo: vedere storie dove altri vedono solo polvere.
Prendiamo due oggetti qualunque: un paio di scarpe da ginnastica e una finestra semiaperta. Come potrebbe essere il loro dialogo? Una scarpa potrebbe raccontare i chilometri percorsi, la stanchezza accumulata, i sogni della sera prima. La finestra potrebbe rispondere parlando del vento che entra, delle notti inquiete, delle persone che ha visto andare via. Nessuna delle due “parla” nel senso letterale. Ma tu, che scrivi o dirigi, puoi prestare loro una voce. O magari no. Magari il dialogo si fa tutto in immagini. Una scarpa sotto il letto. La luce che cambia. Un soffio di vento. E la finestra che sbatte, piano. E poi basta. Questo può essere già un video poetico. L’importante è che ci sia un’intenzione. Che tu scelga cosa raccontare. E che tu lo faccia senza spiegare tutto, lasciando allo spettatore lo spazio per sentire, interpretare, completare.
C’è un motivo se lavorare con oggetti inanimati è una sfida, soprattutto in fase di formazione. Ti costringe a smettere di raccontare storie in modo didascalico. Non puoi contare sull’espressività di un volto, sulla voce di un attore, sulla scrittura di un dialogo. Devi usare il ritmo, il silenzio, la luce, il suono ambientale, l’inquadratura. Devi chiederti: dove metto la camera per dare vita a questa relazione? Quanto tempo resta su uno dei due oggetti? Cosa succede se uno “volta le spalle” all’altro? Anche il montaggio diventa parte della scrittura. Una pausa più lunga, un campo-controcampo tra due oggetti che “si osservano”, un suono fuori campo che interrompe il loro silenzio. Ogni dettaglio può portare poesia. E in fondo, è proprio questa la magia: rendere poetico ciò che non è stato pensato per esserlo.
In questo tipo di esercizio, il limite (non avere attori, non avere troupe, non avere mezzi) diventa la chiave. Ti obbliga a ridurre. A sottrarre. A chiederti cosa vuoi davvero comunicare. Perché se riesci a far commuovere qualcuno con una tazza e un fazzoletto, allora hai capito qualcosa di profondo del cinema. Hai capito che non servono grandi effetti per creare verità. Serve solo un’idea chiara e un modo autentico per metterla in scena.
Una nostra studentessa di regia, durante il primo anno, ha presentato un esercizio ispirato a questo tema. Due oggetti: un orologio da polso e una candela. Il video era tutto giocato sul tempo. L’orologio, inquadrato stretto, ticchettava. La candela, pian piano, si consumava. In
mezzo: una mano che non compariva mai per intero. Solo frammenti. Alla fine, la candela si spegneva. L’orologio si fermava. Nessuna parola, ma tutti hanno capito. E sentito. Ecco cosa conta davvero quando crei un video poetico con oggetti: non cosa sono, ma cosa diventano. Per chi studia regia o recitazione, questo tipo di esercizio è anche un modo per riscoprire il proprio mondo interiore. Perché gli oggetti che scegli non sono mai casuali. Parli attraverso di loro. Spesso, ci si accorge solo dopo che quella tazza parlava della solitudine. Che quella porta socchiusa parlava della paura. Che quella lampadina spenta parlava della stanchezza.






