Ci sono testi che tornano sempre. Non perché siano facili, ma perché sono profondi, universali, instabili. Uno di questi è sicuramente il celebre monologo di Amleto: “Essere o non essere, questo è il dilemma…”. Una frase che anche chi non ha mai letto Shakespeare conosce. Ma proprio per questo, è un banco di prova: come si affronta un testo così noto, così carico di significato, senza cadere nel cliché? La verità è che non esiste un solo modo di interpretare un classico. Anzi, la ricchezza sta proprio nella molteplicità delle possibilità. Un attore può allenarsi ad affrontare lo stesso monologo in almeno cinque modi diversi, ognuno dei quali attiva strumenti, sensibilità e registri differenti. E in ogni esercizio, un filmmaker può trovare una nuova angolazione, una diversa costruzione visiva, un’altra regia possibile. Vediamoli uno per uno. Daremo anche dei suggerimenti di ripresa, per allenarsi sia da davanti che dietro la camera.
1. Interpretazione naturalistica
Il primo approccio è quello più diretto: portare il monologo in una dimensione realistica, quotidiana, intima. Niente declamazione teatrale, niente echi da palcoscenico. Solo un ragazzo o una ragazza che riflette ad alta voce, magari da solo in camera, in una notte d’insonnia. Ogni frase va detta come se fosse pensata in quel momento, per la prima volta.
Per il filmmaker: questo tipo di interpretazione chiede una messa in scena semplice, con camera fissa o a spalla, luce naturale o soffusa. L’obiettivo è far dimenticare al pubblico che si sta ascoltando Shakespeare. Una regia asciutta, quasi documentaristica, può rendere il tutto più potente.
2. Versione emotiva, che viene dalle viscere
Qui l’obiettivo è uno solo: far esplodere il conflitto interno. Amleto è lacerato, spaccato a metà. L’attore può lavorare su una versione del monologo in cui ogni frase è una tensione emotiva, un’implosione o un’esplosione. L’accento non è sulla comprensione razionale del testo, ma sul suo impatto fisico e psicologico.
Per il filmmaker: in questo caso si può osare con inquadrature strette, movimenti di camera più nervosi, una fotografia contrastata, persino l’uso di rumori interni (battito cardiaco, respiro) per rendere visibile la tensione. Il risultato sarà un piccolo cortometraggio emotivo.
3. Approccio ironico e destrutturato
Provocazione: e se Amleto stesse prendendo in giro il mondo? E se il suo dubbio fosse una recita? L’attore può esplorare una versione ironica, sarcastica, quasi comica del monologo. Non per ridicolizzarlo, ma per sottolinearne la lucidità disillusa. Perché in fondo, anche nella tragedia più nera si può nascondere un sorriso amaro.
Per il filmmaker: l’idea qui è giocare con il tono e il ritmo, forse anche con un montaggio veloce, location insolite, interruzioni surreali. Un set moderno, magari una fermata del tram o un bar deserto, può diventare il luogo perfetto per un Amleto che parla al vuoto.
4. Versione performativa e fisica
In questa variante, il monologo non si dice: si incarna. L’attore lavora con il corpo, con il movimento, con lo spazio. Ogni frase può diventare un gesto, un’azione, una relazione fisica con l’ambiente. È un lavoro quasi coreografico, che unisce parola e danza, voce e presenza fisica.
Per il filmmaker: si apre un mondo visivo. La camera può seguire il corpo, fluttuare con esso, esplorare lo spazio insieme all’attore. La scenografia può diventare protagonista: una stanza vuota, un campo, un teatro abbandonato. La luce può seguire il movimento. È un modo per unire regia, performance e scenografia in una sola visione.
5. Recitazione trattenuta, sospesa, rarefatta
L’ultima modalità è la più difficile: togliere, togliere tutto. Togliere intenzione, togliere ritmo, togliere emozione. Portare il monologo in una zona quasi neutra, dove ogni parola galleggia nel silenzio. L’attore non spiega, non comunica, non cerca empatia. Resta lì, in sospensione. È un modo per riscoprire il potere del non detto.
Per il filmmaker: qui entra in gioco il vuoto, la durata, il tempo. Una camera ferma, lunghi silenzi, magari un ambiente sterile o bianco. Il focus può essere su piccoli dettagli: le mani, il tremore di una palpebra, il tempo che passa. È quasi un’installazione visiva.
Ogni volta che un attore cambia modalità, cambia il film. Cambia la regia, cambia l’atmosfera, cambia il linguaggio visivo. Per questo lavorare con lo stesso testo, ma in 5 modi diversi, diventa anche per un regista o un direttore della fotografia un laboratorio di stile, di ritmo e di sensibilità visiva. Un esercizio come questo, lo stesso testo recitato in 5 modi, girato in 5 stili, attiva la collaborazione, allena l’immaginazione, produce materiale reale e utile per showreel o portfolio. E soprattutto ti insegna qualcosa che va oltre l’interpretazione: ti insegna che ogni scelta è una dichiarazione di poetica.
Perché non esiste una “versione giusta” di Amleto. Esiste solo quella che tu, oggi, con i tuoi strumenti, puoi costruire.
E domani… sarà diversa. Ma sempre tua.






